Generazione Library App

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Come ho detto in un precedente post, citando Jaron Lanier, guru dell’era digitale, la tecnologia, qualsiasi essa sia, è sempre uno strumento trasformativo. Essa ha cioè effetti trasformativi sulla società e sulle persone. Anche Marshall McLuhan afferma (e il senso della citazione è identico) che “l’esteriorizzazione [in riferimento al fatto che la tecnologia ha il potere di estrinsecare il nostro pensiero nel mondo fisico] non solo estende, ma cambia ciò che viene esteriorizzato” (citato da D. Weinberger in “Elogio del disordine”, p. 243): i libri per esempio hanno esteriorizzato la nostra memoria; di contro essa si è adeguata e plasmata su un’organizzazione della conoscenza legata appunto a un medium specifico (“Il medium è il messaggio”, per citare ancora McLuhan).

L’ecosistema digitale, che lentamente sta soppiantando i più tradizionali sistemi di conservazione e trasmissione della conoscenza, sta di conseguenza alterando, impercettibilmente, le nostre capacità cognitive. Il modo in cui lo sta facendo coincide con il modo in cui organizziamo le nostre attività quotidiane, i nostri pensieri, le nostre relazioni, le nostre vite.

Howard Reinghold, nel suo Perché la rete ci rende intelligenti, riflette sui cambiamenti nelle capacità cognitive causati da quelli che lui chiama, in senso più ampio, social media: l’attenzione parziale e frammentaria, la concentrazione erosa e distratta, il multitasking, l’evoluzione, o meglio l’involuzione, delle espressioni linguistiche. Egli però traccia il percorso di un’alfabetizzazione all’uso delle nuove tecnologie tramite tutta una serie di elementi, la cui interiorizzazione e messa in pratica ci permette di trarre impensabili vantaggi dal confronto con l’infinita varietà e abbondanza del web.

La questione quindi è se la tecnologia che potrebbe essere impiegata nel campo dell’educazione e dell’alfabetizzazione (le app per esempio, e su di esse la mia riflessione vuole approdare) porti a una passiva dipendenza (biblioteconomicamente parlando, escludendo l’uso di altre risorse informative) o apra, arricchisca e trasformi il contesto/ambiente di apprendimento in cui si opera. Ovvero, in un’era in cui l’accesso mobile supera quello da pc, mi chiedo in che modo le app possano renderci più intelligenti o più stupidi (parafrasando, in quest’ultimo caso, Nicholas Carr, e il suo “Google ci rende stupidi?”) e come gli smartphone, gli iPad, il mobile web stiano ridefinendo il modo in cui pensiamo.

Nell’articolo Are iPads, smartphones, and the Mobile Web rewiring the way we think? si parla di una “nuova specie di pensatori”, e si afferma che l’inizio del XXI secolo si può considerare una sorta di spartiacque in relazione al modo in cui noi apprendiamo e comunichiamo. E’ in atto un cambiamento forse senza eguali dall’invenzione della stampa, e qualcosa di significativo sta accadendo, seppur si stenti ancora a comprenderne il quadro generale.

Un non trascurabile fattore di cambiamento è proprio rappresentato dal mondo mobile e dalle app, le cui caratteristiche fondamentali sono la pervasività, l’ubiquità, l’onnipresenza, l’essere connessi on line 24/7: aspetti, questi, determinanti per comporre quel quadro di cui si è parlato. La stessa possibilità di avere qualunque informazione sempre a portata di mano, non riguarda solo il modo in cui utilizziamo e risparmiamo il nostro tempo, ma più in profondità intacca le modalità tradizionali di ricerca e i comportamenti ad esse correlati. Non è solo questione di quantità, ma di qualità/natura dei nostri comportamenti.

Se siamo consapevoli degli sviluppi e dei cambiamenti cognitivi rispetto all’analogico, ma anche rispetto all’uso dell’open web (se si parla di app), allora possiamo da una parte potenziare e ricalibrare i nostri strumenti, dall’altra possiamo persino arginare gli aspetti più negativi di questi sviluppi, non etichettandoli in senso pessimistico, come ineluttabili.

Personalmente, non aderisco alle posizioni di Carr. Uno studente mi ha una volta espresso il proprio straniamento e disorientamento dicendo che, avendo il computer in assistenza, doveva approfittarne per studiare sui libri, cosa che trovava oltremodo complicata, dovendo “riprogrammare” il cervello a un tipo di lettura differente. Senza poi il suo pc si sentiva perso, e nudo. Percezione comune per chi ha, per così dire, un piede nella realtà virtuale e uno sulla “terra ferma”.

Ma il cervello fortunatamente può essere riprogrammato, tramite nuovi sforzi di apprendimento, o ri-apprendimento, e la pratica ripetuta di un’abilità mentale (la cosiddetta “pedagogia dell’attenzione“, di cui parla H. Rheingold). La creatività nasce da nuove e inusitate connessioni, ed è necessariamente libertà da schemi troppo rigidi e vincolanti.

Il rapporto tra la testa dei giovani e il nuovo mondo digitale viene analizzato nel libro Generazione app di H. Gardner e K. Davis, attraverso tre temi dominanti (tre aree della vita adolescenziale): il senso dell’identità personale, le relazioni di intimità con le altre persone, la creatività e l’immaginazione (chiamate tre “I” dagli autori). Il discorso viene affrontato attraverso la lente dell’antinomia “app-dipendenti” (o “app-passivi”)/”app-attivi”: le app stanno diventando un sostegno, un’appendice della mente umana la quale, sempre più pigra, delega memoria, conoscenza, sentimenti, atti creativi alla tecnologia (visione estrema dell’esteriorizzazione del pensiero umano di cui ho parlato all’inizio)? O ci consentono di esplorare nuovi orizzonti e percepire noi stessi come più autenticamente “noi”, coscienti cioè di un’identità più piena, più riccamente sfaccettata e creativa?

La tesi degli autori è che i giovani guardino “il mondo come un insieme di app e le loro stesse vite come una serie ordinata di app – o forse, in molti casi, come un’unica app che funziona dalla culla alla tomba” (p.19). Un’app onnicomprensiva, la vita organizzata come lo schermo di un telefonino, in cui icone rappresentative di compiti quotidiani si allineano artificiosamente. Non sembra più lecito perdersi, non sembra più scusabile rompere gli schemi, appare fuori moda perdere l’orientamento e fare scoperte non previste, marchiate ora di un’incertezza che fa paura. Ma è proprio preservare un certo margine di incertezza che può salvarci. Non tutto è a portata di mano, molto deve essere costruito e cercato e acquisito faticosamente. Lo smartphone non ha tutte le risposte.

Il percorso di una ricerca, come afferma Rheingold, è più importante delle risposte, che mi ricorda la citazione presente in R. Ridi (La biblioteca come ipertesto): “In un mondo di pressoché infinite scelte, l’informazione relativa alle scelte ha più valore delle scelte stesse” (Bayers, citato da Ridi a p.81). Dobbiamo lavorare quindi sul percorso di ricerca. Tutto questo, per noi bibliotecari, e per gli insegnanti o gli educatori, ha a che fare con l’information literacy.

Queste scelte sembrano ridursi, organizzarsi meglio in un mondo per così dire “anti-ipertestuale”, come quello delle app. Ma se le app sembrano fornire semplicisticamente risposte immediate a tutto, in realtà sono le loro “affordances” (potenzialità) che ci interessano (in quanto bibliotecari e non solo) e che è necessario adeguare e soggiogare ai nostri fini educativi.

La domanda-chiave è (tratta anche dal libro Using apps for learning across the curriculum, di R. Beach e D. O’Brien): siamo schiavi del design predefinito delle app o possiamo noi progettare nuove funzioni per app precedentemente nate per scopi differenti (andare quindi oltre il software, come auspicava J. Lanier)? Allora in quest’ultimo caso le potenzialità delle app dipendono, più che dal design, dall’uso che se ne fa (design-in-use), da come si progetta un’attività o un servizio all’interno del quale si sceglie di utilizzare questo nuovo strumento tecnologico, sulla base dei propri obiettivi di apprendimento e dei bisogni informativi della comunità di utenti a cui ci si rivolge.

In questo modo, tramite le app, si può, non frammentare, ma organizzare la propria attenzione all’informazione (si pensi alla content curation e all’uso delle app come filtri o radar). Esse, inoltre, possono rafforzare, non inibire, la creatività e la cultura partecipativa. Possono diffondere l’uso di pratiche di alfabetizzazione riguardanti l’accesso all’informazione, e favorire non solo il consumo dell’informazione ma anche la creazione del contenuto (quest’ultima pratica peraltro consolida il know-how social-digitale dei giovani).

A seconda degli ambiti, in quello biblioteconomico per quanto ci riguarda, possiamo utilizzare le app in modi che nessun designer ha mai inteso o immaginato. Ci sono app che danno al bibliotecario nuovi strumenti per adempiere alle sue funzioni.

Possiamo diventare, noi bibliotecari, veri e propri instructional designer.

Fatemi sapere, nei commenti qui sotto, cosa ne pensate.

Un approccio più pratico all’uso delle app in biblioteca lo trovate qui.

Buon anno a tutti!

 

 

Biblioteche e bibliotecari: l’antidoto alla spersonalizzazione del gadget

La cosa più importante in una tecnologia è come cambia le persone”.
Con questo assunto di base inizia il libro “Tu non sei un gadget” di Jaron Lanier, guru dell’era digitale, profondo pensatore dei rapporti tra tecnologia e società e pioniere della realtà virtuale. tu_non_sei_un_gadget_particolare
Libro che, seppur a tratti non di agevolissima lettura, mi ha molto colpito, perché un po’ fuori dalle righe.
Soprattutto perché mette in discussione temi, legati alla cultura “open”, che si da per scontato siano universalmente e in ogni caso validi, e che è evidente che permeeranno e determineranno il nostro futuro sistema informativo (in realtà lo stanno già facendo).
La filosofia “open” dilagante determinerà in maniera crescente anche il futuro delle biblioteche ovviamente, e la futura gestione della conoscenza. Le implicazioni sembrano tutte positive, ma dovremmo anche pensare a quale sarà la contropartita di un sapere aperto, di una conoscenza “liberata”, quasi slegata da chi l’ha prodotta e dal contesto entro cui è stata prodotta.
Leggendo il suo libro non si può fare a meno di chiedersi cosa avrebbe da dire Lanier sul ruolo delle biblioteche ai tempi del Cloud Computing, dei Creative Commons e dei Wiki.
Il suo approccio “umanistico”, contrario a quello che lui chiama “totalitarismo cibernetico” (fautore dell’open source), diffida per esempio da progetti di crowdsourcing che esaltano l’intelligenza collettiva (un esempio fra tanti, Wikipedia), come se da quest’ultima potessero scaturire contenuti più di qualità che dal lavoro intellettuale e creativo di un singolo individuo.
Egli non ha tutti i torti nell’affermare che se Wikipedia “dovesse scomparire dall’oggi al domani, informazioni paragonabili continuerebbero per la maggior parte a essere disponibili, solo in forme meglio contestualizzate, con una visibilità superiore degli autori e un maggior senso dello stile e della presenza” (p. 187).
I bibliotecari dovrebbero salvaguardare aspetti quali il legame con il contesto, l’educazione dell’utente all’affidabilità della fonte e la creatività individuale. keyboard-1395316__340I bibliotecari dovrebbero insegnare alle persone ad essere “soltanto” persone in un’era sempre più digitale in una maniera totalizzante. Essere persone significa essere capaci di pensare e di valutare, soprattutto vedere, per usare le parole di Lanier, oltre le possibilità locked in (ovvero in parole semplici predeterminate), offerte dai software. Facebook è solo Facebook, il nostro profilo non rappresenta noi; Wikipedia è forse solo la scadente copia di ciò che già esisteva, un’enciclopedia. Cambiare visione sulle cose, cercare di essere creativi, al di là di ogni mash up della tradizione pre-digitale, è l’auspicabile invito di Lanier.
In un’intervista fatta da Jessamyn West (nota bibliotecaria e blogger americana, creatrice di librarian.net) Lanier afferma che se fosse un bibliotecario, guarderebbe alla biblioteca da un punto di vista esperienziale, cioè si chiederebbe: “qual è l’esperienza di cui abbiamo bisogno per continuare ad essere umani, ora che la disponibilità dell’informazione non è più un problema?”.
La sua risposta sarebbe quella di concepire le biblioteche come spazi di pensiero per la civilizzazione.
Ciò significa che abbiamo ancora bisogno di pensare e di difendere la nostra individualità, qualunque cosa accada.
Che dovremmo solo rifiutarci di essere un frammento anonimo tra tanti nella mente alveare del cloud.

10 Christmas gifts for librarians and book lovers – 10 idee regalo per bibliotecari e amanti dei libri

So, it’s Christmas time again… All of us out there struggling to find the perfect presents for our friends. Does anyone have a librarian or a book lover as a friend? Odd as that may seem, a book is sometimes a little bit obvious as a present. So the good folks here at Librarea have collected a list of the ten most interesting and unusual bookish gifts out there, to amaze and bookify your friends even more! Have a great one…!

Ecco, è arrivato il natale… Tutti ci stiamo scervellando per trovare il regalo perfetto da fare agli amici. Qualcuno di voi ha un bibliotecario o un amante dei libri per amico? Per quanto possa sembrare strano, regalare un libro è a volte un tantino scontato. Quindi, quei bravi ragazzi di Librarea hanno collezionato una lista dei più interessanti e inconsueti regali ‘librari’ , per stupire e ‘librizzare’ ancora di più i vostri amici! Passate delle ottime feste…!

1. Pencil Headphones – Cuffie Matita41s2wyoIaoLApart from reading, some of us like to write, you know? And once you’re hooked, writing just seems to stick to you… You can’t get it out of you head! Get them here.

Oltre a leggere, alcuni di noi amano anche scrivere. E una volta cominciato, la scrittura ti si attacca addosso… Proprio non puoi togliertela dalla testa!

2. Book Ring – Anello libro

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Ever been in a situation when you just can’t find a piece of paper to write your memoirs upon? Well, this genius book ring solves the problem!

Vi siete mai trovati nella situazione in cui proprio non riuscite a trovare un pezzo di carta su cui scrivere le vostre memorie? Beh, questo geniale libro-anello risolve il problema!

3. Star folded book

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Wish I was skilled enough to do this on my own! Don’t start with that ‘pity about the book’… Get it here.

Magari fossi stato capace di fare una cosa del genere! E non cominciate con ‘però, peccato per il libro’… 

4. Literary Bed Duvet – Copriletto ‘letterario’

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Don’t we all love bed-time stories… Get it here.

A tutti piacciono le storielle della buona notte…

5. Personal Library Kit – Kit biblioteca personale

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This is for those who just can’t keep their job away from home. Really hardcore. Get it here.

Questo è per chi proprio non riesce a non pensare al lavoro, anche a casa. Davvero hardcore. 

6. I-Typewriter

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It’s exactly what you think it is… Another one for the budding writers out there! Get it here.

E’ proprio quello che pensate… Un altro regalo per voi aspiranti scrittori!

7. Book Paper Tissue Box – Scatola Fazzoletti Libro

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I get so moved when i read Pride and Prejudice… Get it here.

Mi commuovo così tanto quando leggo Orgoglio e Pregiudizio…

8. Library Card Socks – Calze tessera prestito

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When was the book due? Where did I put that library card? Oh, here it is… in my socks! Get it here or see our post.

Quando dovevo restituire il libro? Dove ho messo la tessera? Oh, eccola qui… nelle mie calze!

9. Leather Book Cufflinks – Gemelli libro in pelle

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For the discerning gentleman librarian.

Per il distinto gentlemen librarian. 

10. Adopt a book – Adotta un libro

This is probably the most useful idea of the lot. In order to help preserve its immense collection of volumes, this Christmas the British library offers a unique chance to ‘adopt a book’ for just 25 GBP. You can choose among a list of titles, and can also give the ‘adoption’ as a gift. If you wish to branch out, the price can also be increased and you will receive a lot more benefits such as a once-in-a-lifetime trip to the library and to its preservation facilities. You can get all the info here. Highly recommended!

Questa è forse la più utile idea fra tutte. Per poter preservare la propria immensa collezione di volumi, questo Natale la British Library di Londra offre la chance unica di poter ‘adottare un libro’ per sole 25 sterline. La scelta è tra una lunga lista di titoli; l’adozione’ può anche essere acquistata come regalo. Se volete spendere un po’ di più, inoltre, il prezzo della donazione di può incrementare, ricevendo così numerosi benefici quali un indimenticabile tour della biblioteca e dei suoi laboratori di restauro. Tutte le info si trovano qui. Consigliato!